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«Il canto di poeti è sempre stato uno dei mezzi più energici per eccitare lo spirito di patriottismo, per animare i combattenti alla pugna, e per raccomandare all’immortalità la memoria delle loro gesta».

Sono queste le parole che aprono il proclama del 25 settembre del 1796, con il quale la Giunta di difesa generale invita i poeti d’Italia a comporre un inno che possa eguagliare in fervore la Marsigliese, affinché nel popolo si radichi «l’aborrimento alla schiavitù».

Infatti la Giunta, che è l’organo di governo principale della Confederazione cispadana, oltre a provvedere agli affari di difesa e sicurezza, si occupa di tutto ciò che concerne l’organizzazione della legione italiana e quindi anche dell’inno che la deve accompagnare nelle battaglie.

D’altronde, ribadisce la Giunta, «gli inni marziali, i cantori, lo strepito delle lire formavano una parte del corredo militare dei celebri guerrieri d’un tempo» e per questo «i guerrieri repubblicani» hanno bisogno di un inno che risvegli in loro «l’ardor della pugna e l’odio contro i tiranni».

Ma soprattutto, è desiderio della Confederazione «che all’Italia non manchi tanto eccitamento al coraggio, e all’amore della libertà; non deve essere servile ad altro idioma, e deve avere un inno suo proprio».

I poeti d’Italia vengono quindi invitati ad affrettarsi a spedire i loro componimenti, per poter avere in premio 60 scudi romani, ma soprattutto la gloria e il plauso della patria intera.

I concorrenti, liberi nella loro ispirazione poetica, non devono però fare a meno di soddisfare le sette condizioni esposte in chiusura di proclama, desiderando per la patria un inno:

«I. che tenda per fine primario ad eccitare l’ardor marziale

II. che insinui l’odio contro tutti i privilegiati e tiranni

III. che svegli l’amor della patria e della libertà

IV. che sia intellegibile al volgo e meriti il suffragio dei dotti

V. che sia vuoto d’ornamenti estranei all’oggetto

VI. che sia adatto ad esser messo in musica

VII. che vi sia strofa l’intercalare» [5].

Trascorsi i termini del concorso, la Giunta comunica che a motivo delle «severe condizioni imposte dal nostro programma ai poeti italiani per la formazione di un inno patriottico» solo due componimenti «fra i moltissimi esposti al nostro esame, han soddisfatto al nostro invito» [6].

Numerosi sono dunque i cittadini che accolgono l’invito della Giunta di difesa generale, inviando i loro componimenti rigorosamente con il nome secretato, come da indicazione del proclama dove si specifica che «acciò non venga a sapersi il nome dell’autore prima che siasi giudicato dell’opera, ognuno in un angolo del foglio avrà cura di suggellare il primo nome».

Fra questi il cittadino Giambattista Giusti, nato a Lucca ma ingegnere nella città di Bologna, oltre che stimato traduttore di opere classiche di autori greci e latini. Non a caso, nel 1814, l’amico Gioachino Rossini vorrà musicare la sua traduzione dell’Edipo di Sofocle [7].

Contravviene invece alle regole l’illustre cittadino Federico Cavriani, che palesa la paternità della sua ode proprio in apertura di componimento.

Nato a Mantova ed educato presso le scuole gesuitiche, ben presto si reca nelle Marche dove frequenta il circolo culturale del brillante marchese Francesco Mosca, avendo così modo di nutrirsi delle idee giacobine e repubblicane coltivate dal nobile.

Trasferitosi nel 1795 presso i possedimenti familiari di Cento, Cavriani inizia una fortunata carriera nell’amministrazione napoleonica, entrando poi a far parte della schiera degli amici più intimi del futuro imperatore [8].

Ma oltre alle firme di stimati patrioti, i componimenti pervenuti alla Giunta portano anche i nomi di personaggi forse più legati alle cronache giudiziarie cittadine che non a quelle letterarie, come quelli del cittadino Antonio Succi e del dottor Angelo Sassoli.

Annoverati fra gli studenti che nella notte del 13 novembre 1794 avevano partecipato all’infelice impresa rivoluzionaria guidata da Luigi Zamboni e Giovanni De Rolandis, furono poi entrambi sospettati di esserne stati i sabotatori interni.

Potrebbe essere questo il motivo per cui sia Succi che Sassoli ritengono opportuno corredare l’ode di una lettera di accompagnamento dove spiegano motivazioni e intenti della loro partecipazione al concorso, dando rassicurazioni circa il «verace patriottismo» da cui sono animati [9-10].

Eppure è solo il 1800 quando Ugo Foscolo, di ritorno dal fronte, accusa Sassoli, legista con velleità letterarie, di un’altra infamante impresa, ossia di aver manomesso le sue Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Forse deluso dal non aver ricevuto dalla Giunta la grazia richiesta, ossia che la sua ode fosse data alle pubbliche stampe, Angelo Sassoli aveva cercato la gloria altrove, trovando invece solo l’infamia del mistificatore.

 

Didascalie

5. Proclama della Giunta di difesa generale col quale si invitano i poeti d’Italia a scrivere un inno patriottico, Ferrara, 25 settembre 1796, in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Atti generali

6. Minuta del documento che presenta i due inni selezionati dalla Giunta di difesa generale e trascrizione di uno dei due inni, [1797], in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Miscellanea di recapiti

7. Ode di Giambattista Giusti, [1796], in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Miscellanea di recapiti

8. Ode del cittadino Federico Cavriani, [1796], in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Miscellanea di recapiti

9. Canzone patriottica di Antonio Succi e lettera allegata, Bologna, 13 dicembre 1796, in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Miscellanea di recapiti

10. Lettera che Angelo Sassoli allega alla propria canzone, [1796], in ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Giunta di difesa generale, Miscellanea di recapiti