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La mobilitazione generale e i movimenti di truppe erano già iniziati da qualche giorno, quando, la sera del 23 maggio, si sparse in città la notizia che l’indomani l’Italia avrebbe formalmente dichiarato guerra all’Austria: crollarono così definitivamente le residue, debolissime illusioni di salvaguardare la pace.

Un folto gruppo di interventisti, circa 3.000 secondo la Questura (1), dopo aver percorso in corteo via Indipendenza manifestando rumorosamente il suo entusiasmo, giunse verso le 23 davanti a Palazzo d’Accursio e, tra urla e offese rivolte al sindaco e ai suoi collaboratori neutralisti, invocò l’immediata esposizione del tricolore, in segno di giubilo per il coinvolgimento attivo del Paese nella guerra. Gridando «Fuori la bandiera a palazzo», gli interventisti riuscirono infine a travolgere il cordone di forze dell’ordine che proteggeva il portone principale, peraltro senza troppa convinzione né fermezza, e poco dopo, sul terrazzo sovrastante l’ingresso, venne issata la bandiera italiana. In Municipio però, data anche l’ora tarda, non era presente alcun esponente dell’amministrazione cittadina e fu solo per questo che i danni si limitarono a qualche vetro rotto e fu almeno evitata la violenza contro le persone.

Il giorno successivo, 24 maggio, il prefetto scriveva al presidente del Consiglio (2) per chiedergli, adducendo «gravi ragioni di indole politica», di applicare alla provincia di Bologna lo «stato di guerra», il che avrebbe consegnato all’autorità militare i pieni poteri, anche civili, sul territorio. Il prefetto descrisse una situazione, dal suo punto di vista, assai fosca: Bologna come centro del movimento sovversivo, sede di organizzazioni operaie nazionali e completamente in mano al Partito socialista, il quale neanche a conflitto in corso avrebbe rinunciato alla sua propaganda contro la guerra e a fomentare l’odio di classe.

La richiesta del prefetto Quaranta ebbe un riscontro pressoché immediato e già il giorno seguente il regio decreto n. 758 dichiarava la provincia di Bologna in stato di guerra, sottoponendola al Comando del VI Corpo d’armata, il quale a sua volta il successivo 27 maggio provvedeva a regolamentare con un’ordinanza (3) l’organizzazione del territorio.

Da quel momento, Bologna e la sua provincia furono di fatto consegnate ad una sorta di dittatura militare, con la radicale limitazione, e addirittura con la soppressione, di alcuni diritti e libertà fondamentali e con l’estensione alla popolazione civile del codice penale dell’esercito.

 

1. Il questore al prefetto, 24 maggio 1915, in ASBO, Prefettura di Bologna, Gabinetto

2. Il prefetto al presidente del Consiglio dei ministri, 24 maggio 1915, in ASBO, Prefettura di Bologna, Gabinetto

3. Ordinanza del Comando del corpo d’armata di Bologna, 27 maggio 1915, in ASBO, Prefettura di Bologna, Gabinetto