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Esistono numerose fonti come cronache, statuti, decreti podestarili, processi, testi letterari e poesie che testimoniano la presenza in città di giullari e musici e l’attenzione posta dalle istituzioni comunali nel regolamentare e controllare  le occasioni di festa. Si tratta di fonti che contribuiscono a documentare la familiarità del pubblico medievale con gli spettacoli tenuti in piazza e la consuetudine per una fruizione comune e pubblica della recitazione di poesie e di opere versificate eseguite da professionisti e consumate, talvolta, in gruppi ristretti di cultori bolognesi di poesia d’amore. Basti pensare alle ballate bolognesi annoverate tra le rime dei memoriali, ballate che ammettevano o prevedevano una loro esecuzione coreografica in forma di danza. Questo quadro viene descritto in modo esaustivo dai notai bolognesi sulle carte dei loro memoriali, come nella ballata Ella mia dona çoglosa, dedicata alla dolce donna amata:

Ella mia dona çoglosa    1
vidi cun le altre dançare.
  Vidila cum alegrança,
la sovrana dele belle,
ke de çoi menava dança    5
de maritate e polcelle,
lande presi grande baldança,
tutor dançando chon elle:
ben resenbla plui che stelle
lo so vixo a reguardare.    10
  Dançando la fressca rosa,
preso fui del so bellore:
tant’è fressca et amorosa
ch’ale altre dà splendore.
Ben ò pena dolorosa    15
per la mia dona tutore:
s’ella no me dà ’l so core,
çama’ non credo canpare.
  Al ballo del’avenente
Ne pignormo elle et eo:    20
dissili cortesemente:
«Dona, vostr’è lo cor meo».
Ella resspose inmantenente:
«Tal servente ben vogl’eo,
in ço’ vivirà ’l cor meo».    25
Sì resspose debonayre.