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Nel canto XXXI dell’Inferno, Dante personaggio trovandosi nel “Pozzo dei giganti” puniti per essersi opposti a Dio, tra l’ottavo e il nono cerchio, utilizza per descrivere il gigante Anteo che sporge dal pozzo per diversi metri una similitudine ardita che lo paragona alla torre Garisenda di Bologna. Si tratta di una scrittura palinodica tipica dell’Alighieri poeta della Commedia, che manifesta, nel caso specificatamente bolognese, l’inversione di direzione delle relazioni tra il fiorentino e la città turrita, divenuta, dopo il 1306, per l’esule poeta, una città infernale e non più la gioiosa città universitaria della giovinezza, dove compose, nel 1287, il celebre sonetto centrato sullo sguardo rivolto alla Garisenda.
Accanto alla versione bolognese, che costituisce anche l’incunabolo della produzione dell’Alighieri, cioè la più antica attestazione nota di una rima dantesca, esiste una versione tramandata secondo la lezione dei codici trecenteschi toscani, entrambe disponibili per l’ascolto:

Versione bolognese del 1287                   Versione trecentesca toscana
    
  No me poriano zamai far emenda             Non mi poriano già mai fare ammenda
de lor gran fallo gl’ocli mei, set elli           del lor gran fallo gli occhi miei, sed elli
non s’acecaser, poi la Garisenda               non s’accecasser, poi la Garisenda
torre miraro cum li sguardi belli,               torre miraro co’ risguardi belli,
  e non conover quella, mal lor prenda        e non conobber quella (mal lor prenda)
ch’è la maçor dela qual se favelli:            ch’è la maggior de la qual si favelli:
per zo zascun de lor voi’ che m’intenda     però ciascun di lor voi’ che m’intenda
che zamai pace no i farò, sonelli              che già mai pace non farò con elli;
  poi tanto furo, che zo che sentire             poi tanto furo, che ciò che sentire
dovean a raxon senza veduta,                 doveano a ragion senza veduta,
non conover vedendo, unde dolenti          non conobber vedendo; onde dolenti
  sun li mei spirti per lo lor falire;               son li miei spirti per lo lor fallire,
e dico ben, se ‘l voler no me muta,          e dico ben, se ’l voler non mi muta,
ch’eo stesso gl’ocidrò quî scanosenti.       ch’eo stesso li uccidrò, que’ scanoscenti