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Nell’ambito del ricco patrimonio di tradizione eccentrica dell’antica poesia italiana conservato dall’Archivio di Stato di Bologna, le rime dei memoriali costituiscono un fenomeno di assoluto rilievo per diverse ragioni: certo per la consistenza e la cronologia piuttosto alta delle trascrizioni, per l’importanza degli autori e la varia tipologia dei generi, ma anche e soprattutto per l’accuratezza testuale e i criteri grafici degli interventi e, infine, per il significato culturale di queste presenze poetiche nel corpo di registri ufficiali del comune.
Il primo a comprendere l’importanza del fenomeno e a inserire queste trascrizioni nel dibattito filologico fu Carducci, appena giunto all’Alma Mater come professore di letteratura dell’Italia unita. Egli tra il 1865 e il 1876 segnalava, accanto alle presenze significative di autori della tradizione dotta sicula e toscana e alle novità stilnoviste, una corposa silloge di poesie popolari e giullaresche, non meno importanti delle prime, perché, a differenza dei versi del Notaro o di Guinizzelli e Dante, di Cino e Cavalcanti, si trattava di autori anonimi e di attestazioni uniche, che i notai traevano da codici oggi scomparsi.