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Esiste presso l’Archivio di Stato di Bologna un cospicuo corpus di scritture estravaganti, formato da trascrizioni di rime dantesche e di luoghi della Commedia fermate su supporti documentari diversi, vergati da notai bolognesi sulle carte dei Memoriali o da notai provenienti da altre città (in servizio a Bologna al séguito di magistrati forestieri) su coperte di registri pubblici, comprese, grosso modo, in un arco cronologico che va dagli anni Ottanta del Duecento ai primi decenni del XV secolo. Tra queste scritture allotrie, spiccano, per antichità, la più antica attestazione di una lirica dell’Alighieri e la più antica testimonianza dell’Inferno.
Nel primo caso si tratta del celebre sonetto della Garisenda composto, verosimilmente, a Bologna dal giovane fiorentino, in bolognese, intorno al biennio 1286 - 1287 (qui esposto al n. 19). Il testo fissato sul proprio Memoriale dal notaio Enrichetto delle Querce è un sonetto che “fotografa” il più tipico degli skyline bolognesi, restituendoci l’immagine riflessa delle due torri petroniane, emblema della città dello Studium, costantemente associato, a partire dagli ultimi decenni del Trecento, al santo patrono Petronio, come si può osservare nella miniatura di Jacopo di Paolo (qui al n. 20).
E poi c’è la “straripante” fortuna della Commedia in città testimoniata da un singolare “bozzetto”, risalente agli anni Settanta del Trecento, che riassume in chiave felsinea gli episodi bolognesi più significativi dell’Inferno (n. 28), ed inoltre da numerosi frammenti di codici in pergamena, che in un momento della loro esistenza furono selezionati per lo scarto e venduti a cartolai bolognesi che, nelle loro botteghe, li riutilizzarono per rivestire registri cartacei. Grazie a tale riuso sono stati recuperati importanti frammenti, qui esposti, della Commedia (n. 22), del più antico commento in volgare del poema dantesco, opera negli anni Venti del Trecento di Jacopo della Lana (n. 23), e frammenti della coeva Acerba Aetas di Francesco Stabili (Cecco d’Ascoli, qui al n. 24), professore dell’Università, che compose il suo poema a Bologna ispirandosi in forma antagonistica alla Commedia.
Con Cecco si inaugura quel capitolo dell’antidantismo felsineo che vide per protagonisti il domenicano Guido Vernani, fustigatore delle tesi politiche della Monarchia, e il legato pontificio Bertrando del Poggetto che, a dire del Boccaccio, fece bruciare in Piazza Maggiore le opere di Dante. Per il poeta, dunque, dopo il 1306 Bologna si era trasformata: la città accogliente della giovinezza e dei primi anni dell’esilio era divenuta un luogo infernale, a seguito del colpo di stato del partito ultraguelfo dei Neri. Di questo cambio di prospettiva restano molti segnali nelle opere dantesche, a partire da quelli rintracciabili in opere forse composte, almeno in parte, a Bologna, come il Convivio e il De vulgari eloquentia. Redatto intorno al 1305, il trattato linguistico dedica ampio spazio al bolognese, soffermandosi sulla parlata di coloro che vivono intorno alle due torri in rapporto a quella, in parte divergente, di coloro che vivono presso il Borgo di San Felice, ai due poli estremi delle mura cittadine, posti sui vertici dell’antico assetto viario romano. Di questa situazione linguistica è testimonianza una denuncia dei redditi in volgare, presentata nel 1296 alla commissione tributaria degli estimi cittadini (n. 4).
Ma la stretta connessione fra Dante e Bologna è testimoniata anche, in vita il poeta, dalla precoce circolazione delle sue opere, di cui è prova il furto di un manoscritto della Vita nuova, avvenuto nel 1306 (qui al n. 26), e subito dopo la sua morte, dalla pubblicazione del poema, compreso il Paradiso, avvenuta ad opera del figlio Jacopo, che da Ravenna aveva seguito a Bologna, nel 1322, il Capitano del Popolo Guido Novello da Polenta. Al ravennate una tarda tradizione fiorentina e antiveneziana attribuì anche un presunto scambio epistolare in italiano con Dante stesso. Si tratta di una lettera pseudo-dantesca di cui in Archivio di Stato si conserva un testimone antico (qui esposto al n. 27).
La forza attrattiva del poema dantesco fu per Bologna irresistibile nel corso del Trecento, tanto da animare una lunga tradizione di commenti della Commedia, che può vantare in città, oltre al commento laneo, l’esegesi in latino dell’Inferno, dei primissimi anni Venti, di Graziolo Bambaglioli, cui, nel 1329, Guido Vernani dedicava il De reprobatione Monarchiae, e quella ben più consistente di Benvenuto Rambaldi da Imola, al cui insegnamento si è soliti attribuire, in modo anacronistico ma molto efficace, il ruolo di prima “cattedra di filologia dantesca”. Quell’attrazione fatale generò in ambienti bolognesi anche divertenti casi di mistificazione della realtà. Un po’ come era capitato a Firenze per la pseudo lettera dantesca, nel corso dell’approssimarsi del centenario celebrativo del 1921 si crearono ex-novo prove documentarie della presenza di Dante a Bologna e si volle riconoscere il poeta in un disegno dei Memoriali del 1323 (qui al n. 25), identificazione che in realtà, se non inconfutabile, pare a tutt’oggi quantomeno verosimile.

 

Didascalie

19. Ufficio dei Memoriali, 69, c. 203v, 1287, semestre II
[Dante Alighieri]


No me poriano zamay far emenda
de lor gran fallo gl’ocli mey, set illi
non s’acechasero, poy la Garisenda
torre miraro cum li sguardi belli,
e non conover quella (ma lor prenda!)
ch’è la maçor dela qual se favelli:
perzò zascum de lor voy che m’intenda
che zamay pace no y farò con elli;
poy tanto furo, che zò che sentire
dovean a raxon senza veduta,
non conover vedendo, unde dolenti
sun li mey spiriti per lor falire;
e dico ben, se ‘l voler no me muta,
ch’eo stesso gl’ocidrò qui scanosenti.


Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


Si tratta della più antica testimonianza documentata di una lirica dantesca. Il sonetto No me poriano zamay far emenda fu verosimilmente composto a Bologna e probabilmente in bolognese dal giovane poeta fiorentino. Spetta al notaio Enrichetto delle Querce il merito di avere pubblicato il sonetto della Garisenda in apertura del suo Memoriale, che si pone quale modello per le generazioni future di notai dei Memoriali. Se in questo sonetto è vivida l’immagine di una Bologna accogliente, la palinodia della Torre Garisenda, operata verso il 1306 nel XXXI canto dell’Inferno, dimostra come la città dello Studium, al pari di Firenze, fosse divenuta ormai per Dante una città infernale:


Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
(Inferno, XXXI, 136-141)


20. Capitano del Popolo, Società delle Arti, Statuto della Società della seta, 1380-1385, Codici miniati, 56
Miniatura di Jacopo di Paolo: in alto i santi Petronio (con il modellino di Bologna), Pietro, Michele; in basso lo stemma di Bologna fra due stemmi dell’Arte della Seta.
Assegnata dal Malaguzzi-Valeri a Stefano Azzi, questa miniatura venne poi attribuita da Francesco Arcangeli al corpus di Jacopo di Paolo. La sua datazione ai primi anni Ottanta del Trecento costituisce un esercizio critico di grande interesse, riassunto di recente da Silvia Battistini e Daniele Benati, sulla base di elementi documentari e stilistici. Traduzione in volgare di una normativa statutaria del 1380, e quindi successivi a quella data, questi statuti furono certamente redatti e decorati prima del 1398, quando andò bruciata la struttura lignea che nel modellino retto da san Petronio collega le due torri. Nell’arco di questo periodo, alcuni tratti stilistici delle fisionomie dei personaggi hanno consentito a Silvia Battistini di restringere la datazione ai primi anni Ottanta del secolo. Oltre ad avere il pregio di mostrarci le due torri “come le vedeva Dante”, questa miniatura costituisce probabilmente l’esordio di una iconografia, quella di Petronio che sorregge il modellino di Bologna, fortemente innovativa per l’epoca e destinata nei secoli a grande successo.


21. Curia del Podestà, Giudici “ad maleficia”, Accusationes, reg. 39/a (1317, I semestre), coperta


E ‘l duca lui: “Caron, non ti crucciare,
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole e più non dimandare”.
(Inferno, III, 94-96)


Questa terzina celeberrima, ospitata dalla copertina di un registro di atti giudiziari, è la più antica testimonianza documentaria di un luogo della Commedia. La terzina, tratta dal III canto dell’Inferno, è trascritta dal notaio Therius Gani degli Useppi di San Geminiano, che nel 1317 si trovava a Bologna al seguito del podestà Nicolò Bandini da Siena. Si avvia da questa copertina l’impetuosa diffusione eterodossa di versi della Commedia tra i registri pubblici bolognesi, prodotti dagli ufficiali del Comune, sia locali che forestieri, fenomeno che si mantenne intenso per tutto il Trecento e anche per il secolo seguente. Tali tracce hanno la forza di “certificare” la grande fortuna dell’opera dell’Alighieri in città.


22. Raccolta di frammenti, Frammenti italiani, Dante Alighieri, Commedia, sec. XIV, Paradiso

A sinistra: Paradiso, I, 73-142; II, 1-9


A destra: Paradiso, XI, 19-102


Accanto alle tracce fissate su registri pubblici dai notai del Comune e da quelli delle curie dei magistrati forestieri (Podestà e Capitano del Popolo), in Archivio di Stato si conservano anche numerosi frammenti di codici, cioè quei bifolii e carte sopravvissuti alle perdita completa del codice di provenienza, perché riutilizzati in Età moderna per rivestire le coperte di registri cartacei.
Individuati nel corso del Novecento, ma anche negli ultimi tempi, distaccati, restaurati, studiati e conservati  separatamente, questi frammenti documentano la fortuna della Commedia e la sua vastissima diffusione già a partire dal XIV secolo: la patina linguistica del copista e le caratteristiche della sua scrittura sono utili, invece, per capire il luogo di produzione del manoscritto, nel nostro caso la Firenze trecentesca.
Il bifoglio esposto costituiva il primo e l’ultimo foglio di un quaderno, che ospitava nei fogli interni i canti II-X.


23. Raccolta di frammenti, Frammenti italiani, Jacopo della Lana, Commento alla Commedia, sec. XIV
Commento al canto XXIV dell’Inferno (Vanni Fucci)
Il bolognese Jacopo della Lana fu il primo a comporre un commento della Commedia in volgare. Inoltre, a differenza di quello latino di Graziolo Bambaglioli, che lo aveva preceduto di alcuni anni, il commento laneo non si interrompe alla prima cantica, ma procede per l’intero poema. I codici e i frammenti, anche molto antichi, trasmettono una lingua non schiettamente bolognese, ma anzi fortemente influenzata dal veneziano. L’attenzione dimostrata in ambienti bolognesi per la Commedia a pochi anni dalla sua pubblicazione, avvenuta verosimilmente a Bologna nel 1322, assunse dunque anche la forma del commento, sul modello di quanto avveniva in ambito universitario per le glosse e le spiegazioni estese che accompagnavano le auctoritates delle discipline accademiche, essenzialmente il diritto civile e canonico.


24. Raccolta di frammenti, Frammenti italiani, Francesco Stabili (Cecco d’Ascoli), Acerba Aetas, sec. XIV
Libro II, capitoli II, III, IV
Il maestro Cecco d’Ascoli insegnò Astrologia all’Università di Bologna negli anni Venti del Trecento, prima della sua condanna al rogo per eresia avvenuta a Firenze nel 1327. In quegli anni si fece portatore di un’attività di divulgazione scientifica in volgare che aveva avuto i suoi capisaldi nelle discipline medico-scientifiche e filosofiche, grazie alle traduzioni di Taddeo Alderotti e al Convivio di Dante. Proprio con la Commedia dell’Alighieri Cecco si confronta in più di un luogo della sua opera (l’Acerba Aetas o Acerba), che scende in agone con il Poema sul piano del metro, optando per la sestina, simile ma non identica alla terzina dantesca, e su quello dei contenuti. Un confronto antagonistico che, mentre mostra la fortuna che la Commedia ebbe a Bologna già verso il 1325, prelude ai profondi cambiamenti che avverranno in città quando, di lì a poco, le opere dantesche troveranno feroci oppositori nel domenicano Guido Vernani, duro censore della Monarchia, e in Bertrando del Poggetto, legato papale, che, a dire del Boccaccio, fece bruciare in piazza Maggiore il trattato politico e le altre opere dell’Alighieri.


25. Ufficio dei Memoriali, 148, c. 430r, 1323, semestre II
“Dante incoronato”
Si tratta di un famoso e assai discusso disegno, vergato da Uguccione Bambaglioli sul margine superiore del secondo quaderno del proprio Memoriale, in cui Giovanni Livi volle vedere la incoronazione poetica di Dante Alighieri. Molte pagine di un celebre libro del Livi, pubblicato nel 1918 (Dante. Suoi primi cultori, sua gente in Bologna), furono dedicate ad un dibattito infuocato che si dipanò intorno a tale identificazione. Ancorché ipotetica, questa immagine di “Dante incoronato” si collocherebbe naturaliter negli ambienti degli artisti bolognesi, come Cecco d’Ascoli e Giovanni del Virgilio, le cui aule non erano lontane dal Borgo dei Bambaglioli, luogo di incontro di un gruppetto di notai amanti della poesia in volgare e cultori di Dante.
Ecco come Giovanni Livi, parlando del notaio Uguccione Bambaglioli, sostiene, nel volume del 1918, la sua ipotesi di identificazione: «Ser Bonfigliolo Zambeccari, il noto dantografo del 1310, nato dal libraio Giovanni di Cambio, era suo vicino di casa e suo parente. Insieme con lui, Ugolino, proprio delle Quercie (figliuolo di ser Enrichetto) e quel ser Dalfino dal Vedovaccio, ai quali già diedi – e non senza ragione – buon posto tra i presumibili cultori in Bologna del divino poeta. In quello stess’anno Giovanni del Virgilio leggeva nello Studio. Tutte circostanze, anche queste, che valgano, credo, a confortare d’assai la mia dimostrazione» (pp. 101-102).


26. Curia del Podestà, Giudici “ad maleficia”, Carte di corredo, b. 35, cedola sciolta del 1306
Denuncia del furto di un libro intitolato Vita nuova
Il documento si trova conservato all’interno di una busta costituita nei primi anni del Novecento e intitolata Studio, maestri e scolari, fascicoli estratti, in cui sono stati raccolti diversi documenti relativi ai maestri e agli scolari presenti nello Studio bolognese tra 1301 e 1317; i documenti si presentano ordinati in fascicoli annuali. All’esterno del fascicolo relativo all’anno 1306, che contiene la cedola qui esposta, troviamo la seguente annotazione: «1306 / Studio / Maestri e scolari / con una denunzia (prodotta il 15 giugno) / del furto di un libro “qui vocatur VITA NOVA” / fatta dal not. Giacomo di Dom.co di Mascarone. / N.B. In questo documento manca il millesimo, ma deve con piena sicurezza / tenersi per scritto nel 1306... fu trovato dal prof. Guido Zaccagnini e stampato / nel Marzocco di Firenze / prima che il Livi ne parlasse nel suo libro Dante e Bologna / senza estremi. / G[uido]. Z[accagnini]».
Per quanto riguarda i personaggi citati, il ladro sarebbe da identificarsi con tale «Petrus cui dicitur Petrucius quondam Çacharie de Musiglano» residente nella cappella di Santa Maria della Mascarella, mentre il derubato che presenta la denuncia è «Jacobus domini Dominici Mascaronis notarius» della cappella di Sant’Andrea degli Ansaldi.


27. Archivi privati, Famiglia Bianchetti Monti, Manoscritti di Filippo Maria Monti, reg. 3, cc. 11r-v
«Copia di una lettera scritta da Dante Alighieri a messer Guido da Polenta di Ravenna», in calce la datazione: «alli XXX di marzo, il millesimo donde è copiata non s’intende»
Si tratta di una lettera pseudo-dantesca di cui non conosciamo il vero autore. In Archivio di Stato se ne conserva questo testimone risalente ai primi anni del XVII secolo. Nella sua evidente falsità, il documento è però in grado di connettere in modo assai verisimile il poeta con Ravenna e con Bologna. Nella nostra città infatti avvenne la pubblicazione del poema, compreso il Paradiso, ad opera del figlio del poeta Jacopo Alighieri, proprio nel 1322, al momento dell’ingresso in città, con la carica di Capitano del Popolo, di Guido da Polenta, che a Ravenna aveva ospitato negli ultimi anni l’esule fiorentino. Una tradizione tarda, fiorentina e di ispirazione anti-veneziana, trasse da queste circostanze l’occasione per divulgare questo presunto scambio epistolare in italiano fra Dante e il da Polenta. Tra le rime dei Memoriali, del resto, compare anche una ballata dello stesso Guido Novello da Polenta (qui esposta al n. 18), fissata nel 1310 sul proprio registro da Giovanni di Alberto Zanelli, collega e vicino di casa dei Bambaglioli e di Bonfigliolo Zambeccari, tutti notai e “dantisti” bolognesi della prima ora.


28. Ufficio dei Vicariati, Capugnano, mazzo I, reg. del 1378, c. 44r
Agli ultimi anni del Trecento risalgono alcuni disegni fermati su una carta di un registro comunale, che costituiscono una sintesi delle citazioni infernali di Bologna, mediante una serie di “schizzi”, uno dei quali coglie appieno la celebre palinodia che della Torre Garisenda il poeta disegna nella Commedia. Quella torre, che nel sonetto del 1287 era emblema di Bononia, meta benigna e salvifica, compare all’improvviso nel fondo dell’Inferno a rappresentare Babilonia, città pericolosa e mortifera.


Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada
sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
tal parve Antëo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
(Inferno, XXXI, 136-141)


La presenza incombente del gigante Anteo, compagno di Nembrotto nel pozzo dei giganti che circonda il Cocito, conferisce all’immagine un tono di terrore. Grazie a una fortunata interpretazione agostiniana, Nimrod (Nembrotto per Dante) veniva considerato l’artefice della torre di Babele e quindi della confusione delle lingue umane; la corporeità gigantesca e malvagia dei due giganti appariva agli occhi di Dante (e quindi dei suoi lettori) incarnarsi ora nella Garisenda, artificio mirabile e minaccioso, che insieme con la Torre degli Asinelli costituiva, allora come oggi, lo skyline più familiare e conosciuto della città dello Studium.