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La presenza di Dante a Bologna è indirettamente testimoniata dal sonetto No me poriano zamai far emenda, trascritto tra le carte dei Memoriali, in veste linguistica bolognese e anonimo, dal notaio Enrichetto delle Querce nel secondo semestre del 1287: vero protagonista della mostra, il sonetto è qui esposto al n. 19.
Il componimento, etichettato “sonetto della Garisenda”, individua nella torre la stessa icona cittadina, successivamente evocata come immagine incombente e minacciosa in Inferno, XXXI, 136-138: «Qual pare a riguardar la Garisenda / sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada / sovr’essa sì, ched ella incontro penda».
Oltre ad attestare in assoluto la prima traccia di un testo poetico di Dante, questo “foglietto d’album”, in forma di parole, costituisce (se si presta fede alla lezione dei Memoriali bolognesi, accolta come la migliore nella recente edizione critica delle Rime di Dante approntata da Domenico De Robertis) un tributo del giovane poeta alla parlata bolognese, auscultata nelle sue tonalità differenziate fra Borgo San Felice e Strada Maggiore. Tributo riecheggiato nel De vulgari eloqentia laddove Dante sottolinea il primato che essa assume in rapporto alle altre aree linguistiche regionali, nel quadro di una complessa identificazione del volgare illustre.
Su questo versante e all’interno della stessa struttura politico-amministrativa cittadina, si dispiegano fecondi rapporti fra la tradizione lirica toscana della seconda metà del XIII secolo e la sincronica e imprescindibile esperienza poetica sviluppata sotto le due torri dai poeti bolognesi.
Il centro culturale di Bologna si configura pertanto come luogo di sperimentazione lirica, alimentato dal prestigio dello Studio e dalla sua stessa localizzazione geografica, deputata a favorire confronti di diverse tradizioni. In questa cornice svetta la poesia del “massimo” Guido Guinizzelli (qui ai nn. 10-11), caratterizzata da aperture stilnovistiche perfettamente captate dalla cultura notarile bolognese e confluite tra le carte dei Memoriali, dove appare, in plurime redazioni, la stesura del sonetto Homo ch’è saço no córe liçeri, in tenzone con il corrispondente Voi, ch’avete mutata la mainera, non ospitato in questa sede, di Bonagiunta Orbicciani. Aperture che coinvolgeranno − nell’ambito della lirica toscana e sotto il segno di Dante, che eredita da Guinizzelli il connubio di amore e gentilezza − Cino da Pistoia, Lapo Gianni e Guido Cavalcanti.
Da questa angolazione appare molto rilevante la figura di Cino, coinvolto in una serie di corrispondenze poetiche con rimatori bolognesi, fra cui emergono quelle con Onesto da Bologna. Spetterà infatti allo stesso Cino diffondere nell’Italia centro-settentrionale gli stilemi stilnovistici, cui Onesto e i poeti della sua cerchia oppongono una diversa proposta poetica, imperniata sui modelli della tradizione siculo-toscana, mentre vistose tracce della nuova “mainera” affiorano nelle ballate di Guido Novello da Polenta che sarà nominato a Bologna Capitano del Popolo nel 1322 (in mostra al n. 18).
Differenti prospettive poetiche, dunque, che si condensano in una mirabile silloge intorno alla questione della “natura di Amore”, quale s’irradia dalla tradizione trovadorica alla poesia cortese, ora documentata anche da un sonetto del capostipite della poesia siciliana, Giacomo da Lentini, e da qui alla declinazione stilnovista. Vergata nella copertina membranacea di un volume di atti del Capitano del Popolo (datati settembre 1300 - marzo 1301) dal notaio Isfacciato di Montecatini, tale silloge, qui esposta al n. 17, comprende sei componimenti, due dei quali scaturiti da una tenzone fra lo stesso Giacomo da Lentini (Feruto sono isvarïatamente) e l’Abate di Tivoli (Qual om riprende altru’ispessamente). In questo contesto polifonico figura inoltre un sonetto di Dante, tratto dalla Vita nuova (Ne li occhi porta la mia donna Amore), cui si affiancano altri due esemplari omometrici: uno di Cino (Sta nel piacer della mia donna Amore), l’altro d’incerta paternità (Io mi son tutto dato a trager oro) e in limine il congedo della canzone Donna me prega di Guido Cavalcanti.
Esile traccia, quest’ultima, della voce dissonante di Guido che, nella sua complessa canzone, ci svela la fisiologia irrazionale dell’amore e ci dischiude un nuovo scenario speculativo, già consolidatosi a Bologna e fondato sulla teoria della “doppia verità” (scienza e fede), fortemente condivisa dal pensiero poetico del primo amico di Dante.


Didascalie

10. Ufficio dei Memoriali, 74, c. 281v, 1288 settembre 2, giovedì

[Guido Guinizzelli]


Homo ch’è saço non córe ligerro
ma pensa e grada çò che vol misurra:
quand’à pensato, reten so penserro,
definatantoché ‘l ver l’asigurra.
Fol’è chi pensa sol veder lo vero
e non pensare c’altr’ i ponna cura;
però no se dé tinire homo trop’altero,
ma dé pensare so stato et soa naturra.
Volan oxelli de stranii guixe
et àn diverxi lor operamenti,
e non èm d’un volar né d’un ardire.
Deo naturra in grado mise
e fé duspari sini et intendimenti:
però çò c’omo pensa non dé dire.


Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


11. Ufficio dei Memoriali, 78, c. 131r, 1290 luglio 7, venerdì
[Guido Guinizzelli]


Voglo del ver la mia dona laudare
et asemblarli la rosa e lo giglo:
chomo stella Dïana splende e pare,
e çò ch’è lasù bello a le’ somiglo.
Verde rivera me resenbla, l’ayre,
tuti choluri e flor’ çano e vermeglo,
oro e açuro e riche çoy per dare:
medesmamente Amor rafina meglo.
Passa per via adorna, e sì gentile
che sbassa arghoglo a cui dona salute,
e fal de nostra fe’ se no la crede;
e non si pò apresare homo ch’è vile;
anchor ve dicho ch’à maçor vertute:
nul’hom pò mal pensar finché lla vede.


Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


12. Curia del Podestà, Ufficio corone e armi, reg. 1, cc. 22v-23r, anno 1287
Durante le sue prime soste a Bologna, nel biennio 1286-1287, Dante entrò in contatto e strinse amicizie con molti altri fiorentini presenti in città. Tra loro, quasi tutti poeti, anche Lapo Gianni, che in questo registro giudiziario vediamo accusato, il 24 febbraio 1287, di «ludere ad ludum açari vel ludum proibitum», cioè di praticare il gioco d’azzardo. In quegli stessi mesi presso lo Studium si trovava il fratello di quel Guido, che con Lapo campeggia al principio del celebre sonetto giovanile Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, mentre pochi mesi più tardi il notaio Enrichetto delle Querce trascriveva nel suo registro il sonetto “della Garisenda”, qui esposto al n. 19.


13. Ufficio dei Memoriali, 110, c. 404v, 1305 aprile 2, venerdì
[Guido Cavalcanti]


In un boscheto trova’ pasturella
plu che la stella bella, al meo parere
...
Per man me prese, d’amorosa volga,
e dice che donato m’avea ‘l core;
menòme sot’a una frescheta fogla,
lao’ e’ vidi flor d’one coluri,
e tanto gli sintia çoia e dulçuri,
che ‘l deo d’amore me parea vedere.


Metro: ballata minore di tutti endecasillabi, schema Y(y)Z; AB, Ab; B(b)Z


14. Raccolta di frammenti, Frammenti francesi e provenzali, Frammento delle “Profezie di Merlino”, sec. XIV
Nel capolettera “Il vascello di Merlino”
Nel sonetto dedicato a Guido Cavalcanti Guido, i’ vorrei, Dante raffigura in modo incomparabile un concetto fondamentale della lirica cortese e poi stilnovista: l’inscindibilità del nesso amicizia-amore, per cui il valore salvifico e nobilitante dell’esperienza amorosa può esprimersi pienamente solo in un contesto di condivisione amicale. In quella scena, in particolare, i tre amici poeti sono trasportati a «ragionar d’amore» in un vascello magico condotto da un «buono incantatore», cioè Merlino. L’ispirazione della scena proveniva a Dante, con tutta probabilità, da un passo della Leggenda di Tristano o delle Profezie di Merlino, manoscritti spesso illustrati nel XIII-XIV secolo da miniature simili a quella qui esposta, in cui in effetti si distingue chiaramente, dietro i tre viaggiatori, il cappello di Merlino, nocchiero del vascello incantato.

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ‘l disio.
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer delle trenta
con noi ponesse il buono incantatore:
e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.
(Rime, 9, LI)


15. Curia del Podestà, Giudici “ad maleficia”, Accusationes, b. 4, reg. 24, c. 1r
Processo a carico di Onesto da Bologna, anno 1285
Il registro documenta gli atti processuali relativi all’omicidio di un notaio, commesso nel mese di giugno del 1285 dal poeta bolognese Onesto degli Onesti, citato da Dante nel De vulgari eloquentia. In seguito alla sentenza del 24 luglio 1285, Onesto fu condannato in contumacia alla pena di morte per troncamento della testa e bandito dalla città. Sembra verosimile che si trasferisse in terra di Romagna tra il 1286 e il 1290; sappiamo infatti che, pur non documentato, un risarcimento della famiglia dell’offeso fu concordato verso il 1290 e consentì ad Onesto di rientrare in città, dove egli rimase sino alla morte, avvenuta intorno al 1303. Sono queste, probabilmente, le vicende giudiziarie che fanno da sfondo ai versi intercorsi tra il bolognese e il più illustre poeta aretino Guittone. Giocando sul significato del suo nome, Guittone indirizza infatti ad Onesto un sonetto che sembra far riferimento ai suoi recenti trascorsi giudiziari:


Credo savete ben, messer Onesto,
che proceder dal fatto il nome dia;
e chi nome ha, prende rispetto d’esto:
che concordevol fatto al nome sia.
Che ‘l rame, se·l nomi auro, io tel detesto,
e l’auro rame anco nel falso stia.
Ed e’ donqua così, messer, onesto
mutarvi nome, over fatto, vorria.
Sì come ben profetar, me nomando,
mercé mia, tant’ ho guittoneggiato,
beato, accanto voi, tanto restando.
Vostro nome, messere, è caro e orrato,
lo meo assai ontoso e vil, pensando;
ma al vostro non vorrei aver cangiato.
(Sonetto 234)


16. Ufficio dei Memoriali, 63, c. 247v, 1286 gennaio 23, mercoledì
[Fabruzzo dei Lambertazzi]


Homo nun prese ancor sì saçamente
nesun afare, a quel c’ora devene,
che l’usança, che corre infra la gente,
no ‘l faça folle, s’ e’ gl’esmenovene.
E quel ch’al mundo fa plu follemente,
acòglai bene che per ventura vène,
segundo l’uso serà chanosente:
hon’ omo è saço a chui oro prende bene.
Però vive le genti in grand’erança,
ché ventura fa parer folle e saço
çaschun om segundo ‘l so parere;
né non guarda rason né mesurança,
‘nanci fa bene o’ cunveria danaço
e male a quello che ben dovria avere.


Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


17. Capitano del Popolo, Giudici del Capitano, copertina membranacea del reg. 374-375, 6 settembre 1300 - 27 marzo 1301
A sinistra dall’alto al basso:


Dante Alighieri
[Negli occhi porta la mia donna Amore]
Metro: sonetto ABBAABBA; CDEEDC


Cino da Pistoia
Sta nel piacer della mia donna Amore
Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


Guido Cavalcanti
Tu puoi seguramente gir, cançone
Metro: commiato (vv. 71-75) della canzone Donna me prega


A destra dall’alto al basso:


Cino da Pistoia?
Io mi sono tucto dato a trager oro
Metro: sonetto rinterzato ABc (d)ABc ABc(d)ABc; DEDf, EDEf


Giacomo da Lentini
Feruto sono isvarïatamente
Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


Abate di Tivoli
Qual hom riprende altru’ ispessamente
Metro: sonetto ABABABAB; CDECDE


18. Ufficio dei Memoriali, 120, c. 381r, 1310 febbraio 8, domenica
[Guido Novello da Polenta]


Scendo da vui, madona mia, lontano,
el meo core lasso non ebe mai çoia,
tanto lo strenge voia
de retornare a vui, madona gentille.
...
E quando eo penxo lo vostro grande vallore
e’ logo o’ eo fui
onne dona vedere è niente
...


Metro: ballata grande di schema XYyZ; [AbC], CbA; [ADDZ]