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Il 18 aprile 1890 perveniva al prefetto di Bologna un rapporto, stilato dalla Questura centrale, dai toni particolarmente rassicuranti: «La classe dei lavoratori nostri non si è fin qui […] appassionata a tale questione», ovvero alla «manifestazione che il socialismo estero ha fissato pel primo maggio» (1).
Il 2° congresso dell’Internazionale, tenuto a Parigi nel luglio 1889, aveva difatti deliberato che in ogni parte del mondo i lavoratori manifestassero nella giornata del 1° maggio per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore. Per evitare i disordini e gli inevitabili scontri che ne sarebbero seguiti, il Ministero dell’interno con una riservata del 20 aprile aveva stabilito che «nel giorno 1° maggio prossimo non si dovrà permettere né tollerare alcuna processione sulle vie e piazze pubbliche» (2), ordinando di predisporre tutte le opportune misure «per tutelare efficacemente l’ordine pubblico e la libertà del lavoro» (3).
Il giorno successivo il Ministero avvertiva inoltre che dall’estero il Groupe international d’étudiants anarchistes con sede a Parigi avrebbe inviato in Italia alcune centinaia di copie di «manifesti violenti e redatti in italiano diretti agli studenti e compagni». Per occultare la spedizione si riteneva che il Gruppo avrebbe nascosto lo stampato entro giornali francesi. L’ordine era naturalmente di impedirne la diffusione.
Il documento varcò effettivamente il confine avvolto nel giornale anarchico parigino «La Revolte», ma venne sequestrato per ordine della Regia procura e depositato presso la Questura. Da lì il 24 aprile una copia giunse all’attenzione del prefetto: il Manifeste aux étudiants du monde entier (4) recava sul fronte un appello in lingua francese rivolto ai “camarades” (compagni) e incitante alla rivoluzione sociale, alla causa dei lavoratori e all’anarchia. Per i sottoscrittori erano illustri antecedenti le rivoluzioni del 1789, del 1848 e del 1871. Sul verso campeggiavano effettivamente appelli in italiano indirizzati a studenti e militari, perché si unissero all’insurrezione popolare.
Troppo alto dunque il rischio che il Paese venisse bloccato da imponenti manifestazioni, ed ecco allora un nuovo durissimo provvedimento: con riservata del 21 aprile il Ministero dell’interno avvertiva che sarebbero stati considerati come licenziati gli operai in servizio presso gli stabilimenti militari che senza giustificati motivi si fossero assentati dal lavoro il 1° maggio.
Lo scarso consenso alla manifestazione era ciò nonostante destinato a non durare a lungo. La Questura, infatti, con un rapporto del 24 aprile (5), provvedeva a comunicare al prefetto l’elenco aggiornato delle associazioni che avevano aderito all’appello dell’Internazionale, allegando la circolare con la quale il comitato esecutivo che ne raccoglieva le rappresentanze invitava a concorrere alla «Grande Manifestazione Operaia Mondiale del primo Maggio» (6).
Ma la parte più interessante del rapporto è rappresentata dall’analisi che il questore forniva dello spirito pubblico in quei giorni. Più del pericolo reale (che il questore riteneva saggio e naturale venisse accentuato da chi aveva la responsabilità di impedirlo), era l’esagerazione che di esso faceva l’opinione pubblica a essere deplorevole e pericolosa: «E la cittadinanza bolognese in generale e il ceto dei negozianti, commercianti e proprietari di opifici in ispecie, vanno dando di tale esagerazione un deplorevolissimo esempio […] La società dei padroni fornai ci ha proprio domandato se non convenga il 30 Aprile allestire una doppia produzione di pane, onde la città il 1° Maggio non ne rimanga sfornita in previsione di uno sciopero generale dei lavoratori panattieri. È una aberrazione».
Il questore inoltre metteva al corrente il prefetto dell’inedito connubio che si stava sventuratamente consumando a Bologna tra la Società democratica universitaria, «o meglio quella piccola ma attiva e ardita parte di essa, che delle teorie democratico-socialiste si compiace», e «l’elemento operaio socialista-anarchico, qui rappresentato dalla Federazione Artigiana Pensiero ed Azione e dal Circolo operaio di propaganda sociale». E ai capi dei circoli operai, forse poco autorevoli e meno colti, ma certamente più turbolenti e molto audaci, gli studenti portavano «l’ausilio e lo incitamento della penna avvezza alla polemica e del pensiero comunque indirizzato a una coltura scientifica». Una miscela esplosiva.
Un primo sintomo tangibile del panico crescente si ebbe al mezzodì del 1° maggio: i negozi del centro, aperti con qualche titubanza al mattino, cominciarono a serrare gli scuri allo sciamare dei primi gruppi di operai diretti alla conferenza privata preannunciata per le due pomeridiane presso la sede della Società operaia di via Cavaliera (oggi via Oberdan).
All’una del pomeriggio avvenne inoltre qualcosa che le autorità non avevano previsto: il venerabile Quirico Filopanti (Budrio 1812 – Bologna 1894), eroico patriota e scienziato insigne, consigliere comunale e deputato alla Camera tra le fila repubblicane, si presentò personalmente alla Questura centrale per richiedere il visto di affissione per un manifesto (7).
Dai rapporti immediatamente predisposti dal questore per il prefetto, e da quest’ultimo per il ministro degli Interni, si ricava la ricostruzione della polemica più che colorita di cui dovette essere protagonista il settantottenne Filopanti: al rifiuto del questore a consentire la pubblicazione del suo manifesto «l’autore si mostrò sdegnato e non lasciò in ufficio copia alcuna dello stampato». Secondo il questore difatti lo scritto, pur suggerendo calma, temperanza e misura nelle discussioni, non era sufficientemente persuasivo, e accennando alle misure precauzionali di polizia parlava «con esagerata goffagine nientemeno che di mitraglia» (8).
Filopanti si portò subito dopo dal prefetto, che così riferisce: «E senza dirmi del rifiuto del questore, mi richiese, come capo dell’autorità politica, di apporre il visto sul manifesto. Io però, che avevo già compreso che il questore era stato interpellato ed aveva dato un rifiuto, senza leggere lo stampato, gli feci comprendere che tale facoltà era esclusivamente di competenza dell’autorità di pubblica sicurezza».
Filopanti, uscito dal Gabinetto del prefetto, si spostò alla Società operaia, dove aveva fatto intendere che avrebbe distribuito privatamente il suo scritto. Chiosa il prefetto a tale riguardo: «E poco dopo si videro gli effetti del suo manifesto e del suo intervento all’adunanza nel tentativo di dimostrazione».
Alle due e mezzo, infatti, già seicento operai avevano affollato la sede di via Cavaliera per ascoltare l’orazione di Filopanti. Dal primissimo rapporto del prefetto al ministro (9) leggiamo il resoconto del pomeriggio: «Dopo le tre gli operai usciti dalla sede sociale incamminaronsi agitando bandiera rossa verso piazza Vittorio Emanuele per farvi una dimostrazione e rompendo lungo il tragitto alcuni vetri di botteghe. Tutto era disposto per impedire dimostrazione. Fatte le intimazioni, l’assembramento fu sciolto per mezzo della truppa. Formavansi diversi capannelli, udivansi voci diverse alcune delle quali sediziose. Avvenuta colluttazione per sequestro bandiera per cui due accidentali e leggere ferite baionetta. Operati quindici arresti, sopraggiunto squadrone cavalleria accolto da applausi anche piccoli capannelli si sciolsero. Piazza sgomberata. Pare tutto finito. Probabilmente questa sera si avranno altre dimostrazioni. Date disposizioni perché forza rimanga sempre alla legge».
Il successivo 2 maggio arrivarono al prefetto i rapporti dei carabinieri e della Questura.
Secondo il comandante della divisione di Bologna, gli operai intervenuti alla riunione in via Cavaliera erano circa mille. A eccitare gli animi sarebbe stato il discorso del Filopanti, che aveva letto e spiegato il manifesto che la Questura aveva impedito di pubblicare.
Il questore (10) tendeva invece a minimizzare gli scontri, definendo i resoconti comparsi sulla stampa locale «malevole insinuazioni». Descriveva però minuziosamente l’interno della sala dove si era svolta la conferenza privata: «Sedevano in una specie di tribuna circondata di un drappo rosso, i rappresentanti del Circolo operaio». Del Filopanti si dice che «lesse il manifesto, lo commentò nel modo il più disordinato e strano», con «parole mal connesse» e «peggio interpretate». Il drappo rosso che ornava la tribuna fu poi issato su un bastone e portato avanti quale segnale dell’inizio della manifestazione.
Al tentativo di un delegato di pubblica sicurezza di sequestrare la bandiera era legato d’altronde un episodio riportato da tutti i giornali e che il questore sentì la necessità di chiarire al suo superiore: «Il delegato che la inseguiva [la bandiera, ndr] fu lì lì per esser travolto, onde gli cadde di dosso il revolver che battendo a terra esplodeva un colpo senza produrre alcun danno». L’unico colpo di pistola sparato in quella gloriosa giornata sarebbe dunque partito per errore.
Alle voci, alimentate dal diretto interessato, che volevano poi il Filopanti percosso e minacciato, il questore rispondeva che fu «solo urtato nella gran confusione, in mezzo alla quale egli, sia pure colla migliore intenzione, ma certo pochissimo opportunamente, volontariamente [si stava, ndr] cacciando».
Molto meno fredda e burocratica è invece la descrizione che di quel pomeriggio convulso fece qualche giorno dopo il settimanale satirico «Bononia ridet» (11), che dedicò l’intera prima pagina alla repressione della manifestazione, affiancando quattro pungenti vignette riguardanti le minacce che avrebbero colpito persino l’anziano Filopanti, sceso a manifestare con gli operai, alle maniere non troppo gentili del delegato Alberto Magri «bastonatore di bambini», al panico che avrebbe preso i birri all’avanzare dei manifestanti e all’inverosimile dialogo tra due agenti di pubblica sicurezza davanti le torri cittadine.
Il presunto oltraggio subito dal Filopanti per opera della polizia generò tra l’altro un rilevante strascico alla manifestazione del 1° maggio.
Il giorno successivo, infatti, dinanzi l’Università (chiusa per la fine delle lezioni) un centinaio di studenti decise di protestare contro l’operato della Questura affiggendo un manifesto manoscritto. La truppa, ancora disposta nei punti nevralgici della città, mosse alla volta di via Zamboni per disperdere il gruppo che emetteva contro di essa fischi e proteste. Gli studenti, incalzati dall’avanzare dei soldati, si rifugiarono entro un locale annesso all’Università, uscendo solo dopo aver dato rassicurazione che non avrebbero più tentato di manifestare, e avere avuto conferma che la truppa si sarebbe sciolta a sua volta (12). Un episodio raccontato dal «Bononia ridet» che così sintetizza: «E si ebbe il bello spettacolo di una truppa che viene sciolta dai manifestanti».
Ma la vicenda conobbe un’ulteriore e più ampia appendice. Alle due del pomeriggio del 3 maggio circa trecento studenti (settecento secondo il rapporto dei carabinieri) si riunirono nei locali dell’Università, e da lì mossero a gruppi di circa quaranta (per un totale di duecento persone secondo il rapporto dell’Arma) verso piazza Ravegnana e via Rizzoli, per raggiungere in silenzio la fine di via Ugo Bassi e arrestarsi davanti la lapide che sulla facciata dell’Hotel Brun ricordava il passaggio di Garibaldi a Bologna. Dopo aver gridato «Evviva Garibaldi» si sciolsero.
Al fianco agli studenti si schierò subito lo stesso Filopanti, che rivolse un’interrogazione al ministro degli Interni «sulla tentata violazione del santuario della scienza», perpetrata dalla truppa.
Come se tutto ciò non fosse bastato, a tenere alta la tensione contribuiva inoltre la minaccia di una nuova manifestazione operaia, da tenere questa volta domenica 4 maggio. Per tale motivo una nuova richiesta fu avanzata al Comando militare perché le compagnie e gli squadroni rimanessero consegnati nelle caserme cittadine e nei centri della provincia, ancora a disposizione della polizia. Nulla però accadde e da Minerbio, Altedo, Budrio e San Giovanni in Persiceto il successivo 6 maggio la truppa fece rientro alla sua residenza.
Intanto il 5 maggio aveva inizio davanti al Tribunale penale di Bologna il processo contro gli arrestati del 1° maggio. Accogliendo le richieste della difesa, la Corte accordò agli imputati la libertà provvisoria e rinviò l’udienza al successivo 8 maggio. Il questore ne fu particolarmente contrariato, convinto com’era che la mossa della difesa fosse indirizzata a «raccogliere numerose testimonianze per provare come vi fu provocazione ed eccesso da parte di qualche pubblico ufficiale, che poi sarebbe il delegato Alberto Magri, già argomento di mio separato e riservato rapporto», purtroppo irreperibile. Al Magri i suoi stessi superiori attribuivano alcuni episodi di “esuberanza”, mentre ben tre dei trenta arresti si dovevano proprio al solerte delegato (13).
Il giudizio fu pronunciato il successivo 13 maggio: dei trenta imputati undici furono assolti, alcuni per inesistenza di reato, altri per insufficienza di prove, altri per non provata reità. Sette furono condannati alla pena della reclusione dagli 8 ai 25 giorni, il rimanente numero a 2 o 4 giorni (14). Lamentava il questore: «La sentenza è stata eccezionalmente mite […] accolta dall’affollatissimo pubblico nel più assoluto e meno atteso silenzio».
Il 27 agosto arrivò la sentenza di appello: dei diciannove condannati in primo grado un altro venne assolto, mentre gli altri diciotto giudizi furono confermati.

Riferimenti archivistici

(1) ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Prefettura, Gabinetto, b. 766, “Partito socialista. Agitazioni. 1° maggio 1890”, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 18 aprile 1890.
(2) Ibidem, Il Ministero dell’interno, Direzione generale di pubblica sicurezza ai prefetti, Roma, 20 aprile 1890.
(3) Ibidem, Manifesto della Regia questura della città e circondario di Bologna, Bologna, 26 aprile 1890.
(4) Ibidem, Manifeste aux étudiants du monde entier, Paris, Imp. Grave, rue de l’Echiquier, [1890].
(5) Ibidem, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 24 aprile 1890.
(6) Ibidem, Circolare del comitato esecutivo eletto dalle associazioni operaie di Bologna, Bologna, aprile 1890.
(7) Ibidem, Manifesto di Quirico Filopanti agli operai, Bologna, 1° maggio 1890.
(8) Ibidem, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 1° maggio 1890.
(9) Ibidem, Il prefetto di Bologna al Ministero dell’interno, Direzione generale di pubblica sicurezza, [Bologna], 1° maggio 1890.
(10) Ibidem, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 2  maggio 1890.
(11) «Bononia ridet. Rivista settimanale», Bologna, 4 maggio 1890, n. 110.
(12) ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA, Prefettura, Gabinetto, b. 766, “Partito socialista. Agitazioni. 1° maggio 1890”, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 3 maggio 1890.
(13) Ibidem, Il questore di Bologna al prefetto di Bologna, Bologna, 5 maggio 1890.
(14) Ibidem, Tribunale penale di Bologna, sentenza e condanna degli arrestati del primo maggio, Bologna, Società tip. Azzoguidi, [1890].